mercoledì 19 gennaio 2011

Dodo Arslan

di Ivana Riggi

Il suo nome è Edoardo Arslan ed è uno dei designer più meritevoli, capaci e carismatici che conosca. Dodo, così lo chiamano, frequenta l’Istituto Europeo di Design negli anni novanta per poi tornarvi ad insegnare nelle sedi di Milano, Torino e Sao Paulo. Inoltre ha tenuto numerosi Workshops (in collaborazione con Ikea, Timberland, Chicco Artsana) alla Scuola Italiana di Design di Padova, alla Facoltà di Design di Boräs e Växjo in Svezia, presso il Furniture Council al Cairo, a Buenos Aires presso il Centro Metropolitano de Diseño ed a Santiago del Cile alla Universidad Diego Portales. Prima di aprire il suo studio a Milano collabora con Studio & Partners (N. Bewick, M.De Lucchi, T. Fritze, E.Torri) per Deutsche Post, British American Tobacco e Zumbotel Staff (premio Design Plus nel 2000) e con Design Continuum (Milano e Seoul) per Motorola, Hewelett Packard, Elan, Voekl e Samsung (Good Design Award ed il Kida Grand Prize nel 2002). Portano la sua firma svariati progetti, dalla produzione seriale a pezzi unici.Tra i suoi progetti: l’espositore Milano 1932 per la storica bottiglietta di CampariSoda disegnata da Depero; AeroNube la lampada a sospensione in alluminio fatta con l’artigiano che realizza i metalli per Armani e Bulgari; la seduta Otto realizzata in fibra di carbonio. Tutti progetti raccontati dalla mostra personale Dodo Arslan e le Attrazioni della Materia che la Triennale di Milano gli ha dedicato, unitamente al catalogo edito da Mondadori Electa, nel luglio ed agosto 2009.

Dodo la ringrazio per avere accolto in nostro invito. Vengo subito al dunque, com’è diventato designer, c’è stata una pulsione particolare? Mi racconterebbe, in breve, la sua storia?
Pulsione mi sembra la parola migliore per definire il modo in cui mi sono avvicinato… e vivo tutt’ora la mia passione. Infatti credo che tutto sia iniziato da bambino quando mi costruivo giocattoli, smontavo e, all’occorrenza, riparavo tutto quello che mi capitava tra le mani. Prima di studiare design ho lavorato come grafico per 4 anni poi, a 24 anni mi sono iscritto all’Istituto Europeo di Design, e sono stato completamente catturato da una miriade di disegni, modelli e prototipi… Saper schizzare, far renderings a mano e lavorare ogni genere di materiale è la base del mio metodo di lavoro attuale, che amo definire “dodus operandi”, e molto devo al metodo appreso allo IED, che all’epoca era definita “la scuola del fare”.

Esiste un humus che influenza positivamente la sua progettualità? Se si quale?
Senz’altro il semplice fatto di stare in studio, solo, immerso nella musica, in mezzo ad ogni genere di materiale, scarti, attrezzi e lampadine di ogni genere. Il mio studio sembra sempre di più un laboratorio, una bottega. Alcuni progetti sono letteralmente nati tra un passaggio di una canzone di Paolo Conte ed una di De Andrè o Franco Battiato. Alcuni testi sono davvero una eccezionale fonte d’ispirazione. Ma l’ho capito per caso, dato che ascolto musica praticamente sempre ed a volte un verso passa dalle orecchie alle mani… senza passare per il cervello. Ma sono letteralmente stregato anche da Debussy, Dvorak, Rachmaninov, Tchaikovski… Piazzolla, Nyman, Glass. Ognuna di queste “sostanze stupefacenti” è adatta ad un particolare stato d’animo… ma si tratta di un altro tipo di ispirazione, di un genere difficilmente descrivibile… Poi la passione per i viaggi, la scultura ed il cinema sono tra le altre fonti di ispirazione. Dico sempre ai miei studenti di non farsi sfruttare da quegli studi che per pochi euro ti fanno lavorare 12 ore al giorno, week-end compresi, e di dedicarsi alle loro passioni, lavorare poco e bene, in maniera efficace. Soprattutto senza farsi risucchiare dai programmi di modellazione e renderizzazione. Insomma evitare di perdere di vista quello che vogliono realizzare, nello sforzo di capire come simularlo con quel determinato software. Non c’è niente di più efficace di costruire una lampada con un po’ di cartoncino e accenderla, così come una seduta va comunque costruita per testarne il comfort! Questo non toglie che a un certo punto il computer sia indispensabile e utile e io lo usi volentieri per i miei progetti, il punto fondamentale è quando utilizzarlo…

Contrariamente, cosa la disturba?
Telefonate, computer accesi, ma soprattutto committenti che vogliono farsi spedire dei PDF da sfogliare, per scegliere proposte “congelate” in renderings digitali. Ancor di più mi disturbano le ditte che si entusiasmano per un disegno e per mesi dicono di essere seriamente interessate per poi non fare neanche un prototipo, ma ho imparato a riconoscerle molto presto. Mi interessano le ditte e gli artigiani che cercano progettisti coi quali condividere i progetti fin dai primi schizzi, invitandoli a visitare la loro sede, spiegandogli come utilizzano le loro macchine, come hanno lavorato fino ad oggi e dove vorrebbero andare nei prossimi anni…

Nel suo iter, quale dei suoi progetti ha causato maggiori o minori difficoltà e in che modo?
Ne citerò due ad esempio: Il più semplice è stato senz’altro il DuoCanter realizzato con Massimo Lunardon. Massimo mi disse subito che non aveva bisogno di alcun disegno fatto al computer, ma piuttosto di inviargli un fax con uno schizzo. In mezz’ora ho fatto tre fogli con qualche schizzo ed una spiegazione delle caratteristiche del decanter che avevo in mente ed infine una vista laterale sempre a mano ma in dimensioni reali. Il pezzo è tutt’ora realizzato sulla base di quel fax. Il più complesso è ancora in corso, è il Leudo, la seduta pieghevole che ho prototipato con le mie mani nel 2003 e che ritengo tutt’ora il più innovativo tra quelli che ho progettato. Il progetto è stato preso in considerazione da due ditte, una italiana ed una svedese, entrambe molto note. La ditta italiana, dopo aver fatto due nuovi prototipi con discrete modifiche, è stata acquistata da un gruppo che ne ha modificato le strategie accorciando drasticamente il time-to-market ed imponendo una tabella di marcia quantomeno “stretta”. Il progetto è stato fermato, in maniera molto corretta e trasparente, semplicemente perché non c’erano più le condizioni per procedere. Tempo dopo il progetto è ricominciato presso una ditta svedese con la quale ho operato significative modifiche. Pur definendolo un potenziale “prodotto storico” anche la ditta svedese ha dovuto abbandonare il progetto per motivi strategici e di pianificazione. A questo punto il progetto è stato ripreso in considerazione dalla ditta italiana. Proprio in questi mesi dovrà decidere se intende produrlo… ma in caso di un secondo abbandono sono certo che non demorderò… soprattutto dopo aver letto che la Panton Chair ha richiesto 10 anni di sviluppo per arrivare sul mercato!

Secondo lei com’è oggi il rapporto tra designer e azienda? Come si discosta dalle esperienze che vissero i grandi Mastri del passato?
Penso che molto dipenda dal tipo di ditte. Credo che ne esistano alcune che hanno conservato quel prezioso modo di lavorare ma che siano praticamente le stesse che hanno fatto la storia del design, con qualche new entry come Magis: basta fare una chiacchierata col sig. Perazza per capire che quel tipo di relazione è ancora possibile. Purtroppo molte altre operano le loro scelte sfogliando presentazioni digitali inviate dai designers indistintamente a tutte le ditte che potrebbero essere anche vagamente interessate.

Per concludere, se andando via avesse voglia di regalarmi una sua creazione da mostrare ai miei amici quale mi donerebbe?
A lei, come a chiunque altro me lo chiedesse, direi di scegliere un pezzo che le piace. Ogni persona rimane colpita da un determinato oggetto per i motivi più disparati ed è molto istruttivo ascoltare quello che dicono coloro che non fanno questo lavoro, e semplicemente comprano quello che desiderano o gli serve.
I commenti più interessanti li fanno quelli che premettono di non saper e di non essere assolutamente esperti di design. Ma soprattutto quelli dei bambini, che non fanno alcuna premessa, dicono quello che pensano e basta.

dal Nr 01_10

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