martedì 18 gennaio 2011

Homeless



Di Paola Butera

Una figura esile e fragile si avvicina, alto stempiato con un’andatura elegante. Il suo accento di chi vive da tanto negli States non nasconde però l’origne, con quella C sospirata tipica dei fiorentini.
Lo ascolto affascinata e sorpresa, non smetterei mai di farmi raccontare aneddoti e storie sul suo vissuto temerario e testardo. Vuole fare il pittore Marco, lo vuole fare davvero ed è per questo che percorre tutte le strade, quelle strade che saranno poi impresse nelle sue tele quasi ad indicarci la via per il successo.

Marco, vivi ormai da molti anni tra gli Stati Uniti ed il Canada, ma sei nato in Toscana. Come nasce la decisione di trasferirti e che legame hai con le tue origini italiane?

Penso proprio di non aver mai deciso di trasferirmi all' estero. Ancora oggi mi chiedo com' e' accaduto. Intrapresi un viaggio come tanti altri e poi la California fece presa su di me. Il legame con l' Italia e' rimasto sin dall' inizio. Non mi sono mai sentito una persona immigrata in Nord America in quanto questo legame con le mie origini e' sempre rimasto intatto. Sono rientrato in Italia quasi tutti gli anni.

I “Paesaggi Urbani” sono protagonisti indiscussi delle tue opere. Il tuo approccio pratico e il tuo rapporto emozionale con un paesaggio statunitense sono differenti da quelli con un paesaggio italiano?

Cresciuto a Firenze con la pittura dei Macchiaioli molto cara a me, i paesaggi sono stati sempre al centro del mio lavoro. Ma questi "urban landscapes" rappresentano oggi il frutto di una vita operativa spesa all' estero. Un osservazione assidua e intensa, attratto totalmente dagli spazi e dalla prospettiva di certi soggetti industriali, caratterizzati da linee convergenti, spesso presenti nel mio lavoro.

La tua originaria “italianità” influenza in qualche misura l’elaborazione teorica e le scelte estetiche della tua opera?

Le mie origini hanno molto a che fare con certe scelte, principalmente per l' uso del colore. Sono sempre stati questi innati cromatismi Italiani a caratterizzare il mio lavoro e a renderlo piu' individuale qui' in America.

Nei tuoi paesaggi urbani spiccano volti di umanità “diversa”. Puoi spiegarci la tua attrazione verso l’universo dei clochard, lo scavo intimo nei loro sguardi e nelle loro emozioni?

Questo penso sia un dialogo lungo che risale addirittura alle scuole elementari a Campi Bisenzio (Firenze) dove incontrai il mio primo clochard. Poi la vissuta e tragica alluvione di Firenze nel novembre del 1966 che introdusse certe tonalita' di colore mai scordate in seguito. Fino all' esperienza dei senzatetto a San Francisco dove per un periodo di quattro anni fui attratto da questa umanita' diversa. Un periodo che certamente rese piu' umano me stesso. Un' attrazione totale nell' osservare i loro volti poiche' queste emozioni erano forse gia' state vissute in precedenza.

Infine, dopo questo lungo percorso che hai intrapreso, esiste ancora un paesaggio immaginario, utopico, onirico, che ancora non hai dipinto ma che desideri o speri dipingere?

"Nel mezzo del cammin di nostra vita...." sono ancora li', in questo percorso, e ho scoperto che nonostante i viaggi intrapresi in tante direzioni, sono ancora nell' entrata, nello studio rincorrendo forme sulla tela come alla caccia di una bestia di cui ne conosci appena l' odore. Ed e' questa sfida che ti spinge a poter dipingere immagini ancora da scoprire e principalmente a far pittura.

Grazie Mr Sassone, è stato un piacere.

dal Nr 03_10

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