martedì 18 gennaio 2011

Mario Nanni


di Andrea Montesi
Abbiamo incontrato Mario Nanni per la prima volta al Festival dei Due Mondi di Spoleto dove, all’interno della rassegna “O’dino ”, proponeva una riflessione sul Tavolo con zampe di uccello di Meret Oppenheim. L’intervento era teso a instaurare un dialogo di tracce trasformando “l’apparente passività dell’oggetto” in un racconto di segni luminosi. Il giorno seguente “la ricerca della luce giusta” Nanni la insegnava ai bambini, in un laboratorio svoltosi nell’atelier mobile via…ggiando per costruirsi. E’ l’occasione che mi porta al successivo appuntamento nella sede dell’azienda: casa viabizzuno. Un edificio che accoglie al pianterra un magazzino, i laboratori e una stanza di simulazione; mentre al primo piano ci sono gli studi di progettazione, le sale riunioni, la biblioteca, una cucina e alcune stanze da letto. Nell’aria c’è un gran fermento, ma dov’è Mario Nanni? Tutti l’hanno visto passare ma nessuno sa dov’è. Incontro una ragazza che mi dice: “È andato in laboratorio a provare la vasca da bagno” e vedendo la mia faccia stupita aggiunge: “l’ultimo progetto realizzato in concomitanza con il Cersaie, la stanza del bi sogno!”. Mentre penso se avrà con sé il suo cubo doccia, un miscelatore luminoso tra i suoi progetti più copiati, “il maestro della luce” mi appare col suo sorriso.

La trasformazione dei paesaggi urbani investiti dall’“effetto Edison“ ha elevato nel corso del secolo la luce artificiale al rango di elemento costruttivo primario. Ritieni mutato il ruolo della luce?
Per quanto bene vogliamo a Edison, e nonostante stiamo cercando si salvare la sua lampadina, con lui è iniziato paradossalmente un periodo in cui pochi architetti hanno dimostrato una forte attenzione per il tema dell’illuminazione. Con il passaggio dalle sorgenti luminose naturali ai punti luce, c’è stato un generale appiattimento progettuale: è molto più complesso pensare che una finestra il giorno dell’equinozio porti un raggio di sole al centro dell’altare che installare una serie omogenea di lampadine. Fortunatamente oggi c’è un rinnovato interesse nel “giocare” con la luce, che si tratti di illuminare un oggetto o una scena urbana.


Che ruolo gioca il luminocentrismo nell’estetica contemporanea? La parola “contemporaneità” mi piace molto, ma preferirei meno provvisorietà. Vivo le istallazioni temporanee come importanti momenti di sperimentazione, anche se cerco di comunicare con la luce emozioni più durevoli, che accompagnino le esigenze dell’uomo in ogni sua azione.

Partendo dall’opera “illuminante“di Bruce Neuma The true artist help the world by revealing mistyc truth, quali sono le “verità” che Mario Nanni progettista
vuole “mettere in luce”? Mi piace ripetere che in fondo faccio un lavoro semplice: raccontare una luce. Le mie “verità” nascono da suggestioni quotidiane che cerco di ridipingere con un’illuminazione “vera”.

Nell’ambito dell’arte contemporanea troviamo un ampio utilizzo di sorgenti luminose. Qual è nel tuo lavoro il rapporto tra apparati proiettivi e percettivi? La proiezione fine a se stessa non mi interessa. Da bambino, la sala cinematografica, trasformandosi intorno a me al variare delle scene, mi incantava più del film. Da grande ho pensato di usare la lampadina della macchina da proiezione per fare luce, non video. Così è nata liv (lampadina a immagini variabili) che sintetizza questa ricerca, innescando un rapporto di dialogo con chi la vive. Cambiando le regole della lampadina di Edison, ho elaborato un progetto che racconta, illumina, ma soprattutto emoziona.

Quale rapporto vivi tra innovazione e tradizione? In questi giorni sto riflettendo sulla figura di Leonardo. Quanti ingegneri oggi sarebbero in grado di dipingere un quadro come la “Gioconda”? La nostra società ha perso la voglia di mettere in gioco l’abilità manuale, di valorizzare il mestiere. Nel mio caso è grazie alla ricerca concreta di soluzioni progettuali sempre nuove che mi sono avvicinato a un percorso artistico.

La luce condiziona la percezione dello spazio creando illusioni. Quali suggestioni ami evocare?
Non penso mai a qualcosa di predefinito, dipende dalla situazione. Ogni progettista dovrebbe avere sempre con sé un bagaglio di immagini che nascono dal proprio vissuto per riproporli con nuove connotazioni. Per esempio, è ancora presente nel mio lavoro il taglietto di luce che attraversava la mia stanza quando d’estate la mamma mi metteva a letto il pomeriggio.
Che tipo di esperienza vorresti trasmettere? Mi piacerebbe riuscire a diffondere una consapevolezza nell’uso della luce: il problema del risparmio energetico è prima di tutto un problema di educazione.

Vedi qualche miraggio all’orizzonte? Mio nonno diceva che gli uomini si dividono tra quelli che dicono e quelli che fanno: io ho scelto di “fare”. Non mi do limiti, sono pronto a progetti di ogni tipo purché siano interessanti. L’importante è “fare” con passione, ne ho fatto uno stile di vita e di lavoro.

dal nr 03_09

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